NEL CUORE DELLA “TERRA MONACHORUM”, LUNGO LA VIA FRANCIGENA,
UN SITO MONUMENTALE DA RISCOPRIRE E CUSTODIRE

LA STORIA
L’abbazia di Castione Marchesi sorge in una posizione di assoluta rilevanza, essendo già particolarmente significativa nella preistoria, quale sito di un’importante terramara dell’età del bronzo. La sua scoperta, nell’Ottocento, fu un evento pionieristico. Segnalata per la prima volta agli studiosi nel luglio del 1861 dal geologo Pellegrino Strobel, fu indagata attraverso scavi successivi con la collaborazione di Luigi Pigorini (1842 -1925), il padre dell’etnografia moderna, che pubblicò i risultati delle sue ricerche già nel 1882. Importanti reperti sono, come noto, a tutt’oggi conservati, tra gli altri, nel Museo Archeologico di Parma. Ricordiamo, a titolo esemplificativo, tra quelli esposti, oltre al prezioso vasellame con superfici scure lucenti e agli oggetti di pregio in ambra, la gran varietà di raffinati pettini usati sui capelli e per la tessitura, la rarissima ruota per carro, e lo splendido disco ricavato dal palco di cervo, con la superficie accuratamente incisa con motivi a linee concentriche e incavi. Un oggetto unico, forse imitazione del disco solare e probabilmente destinato ad un uso rituale.
In epoca romana il territorio apparteneva al Municipium di Fidentia, ma è nell’alto Medioevo che la località di Castione Marchesi assurge al più alto prestigio, divenendo un ricchissimo monasterium di fondazione privata, che attesta, insieme alle località di Vigolo Marchese (Castell’Arquato, PC) e Varano Marchesi (Medesano PR), l’espansione in Emilia della politica famigliare dell’importante ceto degli Obertenghi attraverso fondazioni monastiche i cui beni sono, di fatto, inalienabili.
Ricordiamo che dagli Obertenghi, e più precisamente da Oberto I, discendono famiglie marchionali di primissimo piano dell’Italia superiore e centrale; così gli Estensi, i Malaspina, i marchesi di Massa e Parodi e i Pallavicino. Più in particolare la fondazione del monastero di S. Maria di Castione Marchesi si lega al ramo Adalbertino degli Obertenghi, vale a dire i capostipiti dei Pallavicino che eleveranno Busseto a capitale della loro marca. Nel 1033 Adalberto II, insieme alla moglie Adelaide da Sabbioneta, fondano e dotano di beni il monastero di Castione, affidandolo ai benedettini. Secondo gli studiosi si tratta dell’unico monastero di famiglia sicuramente obertengo, in quanto la scelta dell’ordine benedettino e l’elezione dell’abate viene dichiarata “sub ordinatione mei Addelberti meorumque heredum monaster”.

La carta di fondazione è conservata in copia di XV secolo nell’Archivio di Stato di Mantova ed è rogata a Nazzano, alla presenza del conte Ugo. Come è stato precisato, il
patrimonio del monastero risulta all’atto di fondazione ingente: comprende oltre 30 iugeri di vigne e aree adiacenti (uno iugero corrisponde a 2520 mq), 200 iugeri di terre arabili e prati e 100 iugeri di boschi, a ciò si aggiungano la decima parte di beni posti nelle città di Pavia, Genova, Milano, Tortona e la stessa Piacenza oltre che proprietà non precisate poste in vari luoghi. Una cifra enorme e forse sproporzionata, non controllata probabilmente da nessun monastero italico. La distribuzione dei possedimenti nel territorio mostra inoltre come i beni si collochino sulle direttrici viarie maggiormente interessate a traffici commerciali e a proventi economici.
Queste cospicue donazioni furono confermate nel 1049 dalla bolla di Leone IX, ma tra il 1112 e il 1116, il monastero ebbe molto a soffrire a causa della guerra tra Oberto
Pallavicino e i comuni adiacenti che stavano accrescendo il loro potere, subendo inoltre gravi danni a seguito del devastante terremoto del 1117. Dopo questi eventi la chiesa fu presumibilmente ricostruita nelle forme attuali. Fu infatti quello un periodo di intensa attività edilizia per l’intera zona; grazie al patrocinio dei Pallavicino furono erette, dopo quella di Castione Marchesi, le vicine abbazie di Chiaravalle della Colomba, fondata attorno al 1136, e di Fontevivo, fondata nel 1143.
In un territorio che era detto “Terra Monachorum”, Castione Marchesi divenne un notevole centro culturale e religioso. Posto sulla via Francigena ne sfruttava il grande
passaggio di pellegrini, senza contare che i monaci, essendosi saputi spostare per tempo nei numerosissimi possedimenti dati loro in dotazione da Adalberto II, fondando altre chiese e monasteri benedettini, avevano contribuito in buona parte alla bonifica di quei luoghi. Da riscontri archivistici sappiamo che “dall’Abate e dal Capitolo del monastero di Castione Marchesi dipendevano il priore della chiesa di S. Benedetto di Valle Belbo, il priore della chiesa di S. Remigio de parodio, i chierici della chiesa di S. Stefano de costa, la chiesa di S. Ambrogio de Tosarolo, il priore della chiesa di Baselica Duce di Fiorenzuola d’ Arda, il priore della chiesa di Alseno, il priore della chiesa de muraria (territorio di Mantova), la chiesa di S. Maria de caritate, la chiesa di Ragazzola e la chiesa di Stagno” (Aimi 2016).

Nel 1325 Galeazzo Visconti, duca di Milano si recò da Cremona a Castione Marchesi e lo occupò. Prima di ritirarsi, bruciò il paese, il castello, le macchine militari, gli assiti delle fosse, ma la chiesa fu risparmiata. Tra il 1476 e il 1478 furono eseguiti, sempre, con il patrocinio dei Pallavicino, interventi di ristrutturazione della chiesa che interessarono anche il monastero e il chiostro. Si prodigò allora per il restauro del complesso, arricchito da preziosi arredi, tra cui croci d’argento e numerosi codici in pergamena, il protonotario apostolico milanese Daniele Birago, nominato abate commendatario del monastero. Consigliere ducale di Gian Galeazzo Maria Sforza e umanista, Birago chiese nel 1486 alla Santa Sede di affidare Castione Marchesi agli olivetani, venendo assegnati all’abbazia 10 monaci dell’ordine. Questa ricostruzione si concluse nel 1494 con solenni cerimonie.

Dopo un periodo di crisi a metà del Cinquecento, furono avviati alla fine del secolo ulteriori lavori di integrazione nelle murature che riguardarono in particolare la zona absidale, e più tardi il lato sinistro e gli altari. Nel 1764 il Duca di Parma, Ferdinando di Borbone, soppresse l’abbazia ed espulse gli olivetani. Nel 1810, con l’attuazione dei decreti napoleonici, l’abbazia fu incamerata nel demanio e data in godimento agli Ospizi civili di Parma; gli immobili furono venduti ai privati e gli arredi andarono dispersi. Occorre attendere il 1948 perché la parrocchia di Castione Marchesi entri a far parte della diocesi di Fidenza, cui attualmente pertiene. 

LE OPERE

La struttura attuale dell’abbazia conserva chiare ed importanti tracce della sua antica e prestigiosa storia, al punto che gli studi più recenti – nonostante dell’epoca romanica
rimanga solo la chiesa in parte rimaneggiata – l’hanno definita “una delle più importanti fonti di informazioni sull’evoluzione dell’arte monastica durante il periodo tardo romanico e protogotico nell’Emilia Occidentale” (Y. Kojima 2014). La chiesa di Castione Marchesi ha un’imponente foggia basilicale a tre navate retta da pilastri a fascio che delimitano cinque campate nelle navicelle e due campate “e mezza” nella navata centrale, coperte da volte a crociera costolone. Pilastri e archi sono in mattone a vista, mentre pareti e volte sono intonacate di bianco. I motivi decorativi dei capitelli sono stati confrontati, pur essendo di foggia più semplificata, con quelli del Duomo di Parma; accanto ad essi, si riscontrano capitelli d’impronta cistercense, a foglia liscia, con varianti decorative di cui non si trova diretta derivazione nelle abbazie cistercensi vicine. Molto importanti, perché assai rari, sono i raffinati lacerti di mosaico pavimentale policromo d’epoca medievale, recuperati nel 1955 durante i lavori di restauro dell’edificio e oggi conservati sulle pareti dell’angolo sud-occidentale della chiesa. Vi si leggono bordi d’incorniciature con eleganti motivi geometrici e vegetali di tipo orientalizzante, un originale busto di profilo che pare soffiare, una figura femminile coronata e un’altra figura femminile in atto di reggere con le braccia alzate due oggetti, entrambe ipoteticamente interpretate come figure allegoriche. Il riferimento è alle Arti Liberali, sulla scorta del passaggio di modelli colti, circolanti nell’ambito di miniature d’area ottoniana, con riscontri individuati, in particolare, nei mosaici pavimentali di S. Benedetto Po, Cappella di S. Maria (cfr. Farioli Campanati 1988).

Risalgono al Quattrocento l’interessante bassorilievo di ambito lombardo con l’Assunta, murato sopra l’arco dell’androne del rivellino, che conserva i bolzoni del ponte levatoio e dà accesso al cortile della chiesa, e il dipinto murale, di carattere votivo, con la Madonna col Bambino in trono sulla parete sinistra entrando in chiesa. Quattrocentesco è anche ciò che resta dell’elegante chiostro a pianta quadrata sul lato nord, con semplici capitelli a palma, marcati dallo stemma olivetano, e che da un disegno sappiamo ancora integro nel 1762. Sono databili al tardo Cinquecento gli interventi che trasformarono, sopraelevandola, la zona absidale dove campeggia l’imponente tela con l’Assunzione della Vergine, realizzata nello stesso periodo dall’artista napoletano Fabrizio Santafede (1555- 1635), uno dei più attivi e interessanti tra quelli sulla scena partenopea, prima dell’arrivo di Caravaggio. L’eccentrica commissione si deve ai rapporti instauratisi tra gli olivetani in stanza a Castione Marchesi e i confratelli di Sant’Anna dei Lombardi a Napoli, dove si trova ancora oggi una replica del dipinto. E’ infine datato 1588 il fonte battesimale lapideo, nella prima cappella a sinistra, recando l’iscrizione: “EX PPN MONAC MON OLIVE MDLXXXVIII”. Di epoca baracca la chiesa conserva invece assai pregevoli intagli lignei, a cominciare dalla superba cornice dorata che racchiude la pala di Santafede. Realizzata presumibilmente a metà del Settecento, si configura, per la felice esecuzione dell’elaborata decorazione a motivi rocaille, come uno degli esempi più alti di un modello diffuso a Parma e presente contemporaneamente a metà secolo anche in Lombardia e in Veneto (Cfr. La cornice italiana. Dal Rinascimento al Neoclassico, a cura di F. Sabattelli, 1992, dove l’opera è associata ad una bella cornice conservata al Monte di Pietà di Bussetto e ad altre analoghe). L’intagliatore Vincenzo Biazzi firma e data, invece, nel 1710, la porta in legno di noce intagliato che dà accesso alla sagrestia, arricchita di due importanti credenzoni, sempre di sua mano. Il Biazzi – che con il figlio Giovanni Battista è uno dei protagonisti di spicco nella realizzazione degli arredi lignei del territorio parmense compreso tra Busseto, Soragna e Fontanellato – per la chiesa di Castione Marchesi esegue anche la ricchissima ancona, con coeva statua lignea, dell’altare della Madonna del rosario, collocata all’estremità della navata sinistra e, presumibilmente, l’ancona prospiciente, sulla navata destra, dove campeggia lo stemma olivetano. Quest’ultima conteneva una seicentesca Santa Francesca romana, ceduta alla chiesa di San Giovanni Evangelista a Parma, sostituita dalla Crocifissione con San Benedetto e Scolastica di Pietro Balestra, databile al 1740-1750 circa; al Biazzi è stata riferita anche la coppia di confessionali collocati in chiesa (cfr. Cirillo, Godi 1984).

Al monastero appartengono inoltre una bella statua lignea seicentesca raffigurante San’Antonio Abate e alcuni altri pregevoli quadri, tra cui si segnala il San Giuseppe col Bambino dei primi del Seicento, esposto nella navata destra della chiesa.

LA DECADENZA, I RESTAURI EFFETTUATI A METÀ DEL NOVECENTO E LA
NECESSITÀ DI NUOVI INTERVENTI DI CONSOLIDAMENTO
Allorché i monaci lasciarono per sempre la chiesa e l’abbazia di Castione, il luogo di culto e il territorio circostante precipitarono in una situazione economica di grave disagio. Così, quando nell’Ottocento si scoprì la terramara, il sito fu subito sfruttato come cava di fertilizzanti a danno del monastero e della stessa chiesa. Venne infatti asportato molto terreno dietro l’abside, compromettendo seriamente la stabilità dell’intero edificio sacro e anche il chiostro, che fu semidistrutto dagli scavi, come si evince da una pianta del 1883. Nel 1928 vi fu un primo tentativo di consolidamento della struttura pericolante da parte comune di Fidenza. Altri più importanti interventi vennero effettuati quando la chiesa, stralciata da Parma, fu nel 1948 annessa alla curia di Fidenza. Il nuovo parroco, don Enrico Sagliani cercò da subito, infatti, di far fronte ai molteplici dissesti che erano stati aggravati da cause belliche. Chiusa dal Genio Civile dal 1952 al 1958, la chiesa nel 1955 fu privata del pavimento allo scopo di abbassare di oltre un mezzo metro l’antico fondo a causa di cedimenti verificatesi in diversi punti, e durante quei lavori furono rinvenuti gli importanti litostrati del XII secolo più sopra descritti. Finito il restauro, il parroco don Sagliani completò l’opera di recupero riacquistando il 29 settembre 1954, da Ugolotti Ludovico, che ne era allora il proprietario, il monastero: vale a dire i tre fabbricati contigui alla chiesa, in cui è inclusa la casa canonica, con i loro appezzamenti. Così nel 1959, da Roma, il Cardinal Pietro Ciriaci, prefetto della Sacra Congregazione del Concilio, comunicava al vescovo di Fidenza che “circa la Chiesa parrocchiale di Castione Marchesi, ex abbaziale, poteva riconoscere il titolo di Abate al parroco pro tempore, escluso qualsiasi diritto derivante da tale titolo” (Aimi 2006) I problemi di stabilità che dal tardo Ottocento affliggono questo monumento di rilevanza nazionale si sono ripresentati in tutta la loro gravità ai nostri giorni, tanto che si è reso necessario avviare con urgenza una perizia per valutare le modalità delle operazioni di consolidamento della struttura che presenta a tutt’oggi un basso grado di sicurezza in base alla classe d’uso prevista (cfr. relazione a firma dell’ing. Gianfranco Conforti e dell’arch. Marcantonio Conforti, del 27.02. 2021). In particolare sono stati evidenziati nelle volte della navata fessurazioni rilevanti in rapida evoluzione, aggravatesi a distanza di soli due anni.

Il borgo di Castione Marchesi e la sua prestigiosa area archeologica e monumentale attendono dunque l’aiuto di tutti, perché tutti possano continuare a fruire di quanto ci ha tramandato la sua millenaria storia d’ingegno, d’arte e di fede.

BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO:
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PIGORINI, Terramara dell’età del Bronzo situata in Castione dei Marchesi (territorio parmigiano), in “Atti
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terramare: la più antica civiltà padana, a cura di Maria Bernabò Brea, Andrea Cardarelli, Mauro Cremaschi,
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M. GRIGOLO, Ex abbazia di Castione Marchesi (PR) : analisi storica, rilievo architettonico, verifiche strutturali
e ipotesi di riuso funzionale : tesi di laurea a.a. 2013- 2014 (Ingegneria civile, relatore Chiara Vernizzi). A.

AIMI, Castione Marchesi (2006), 3 novembre 2017: https://fidenza-luoghi.blogspot.com/2017/11/castione-
marchesi-in-un-saggio-di-don.html, S. DEGLI ESPOSTI, Chiese, monasteri e archivi: fonti per la storia della

società piacentina di XI secolo, tesi di Dottorato, Università degli Studi della Tuscia, a.a. 2016-2017, passim
Testo a cura di Cecilia CAVALCA
Storica dell’arte (22-23 marzo 2025)